24 novembre 2011

SURENA, IL “VIETCONG” CHE UMILIÒ E SVEGLIÒ I ROMANI

Carre 9 giugno 53 a.C. Roma perde le sue aquile e scopre di non essere la sola padrona del mondo. Storia di una disfatta tra la fine della Repubblica e la nascita dell’Impero degli imperi. Il lento abbandono dell’illusione del dominio sugli spazi infiniti segna la supremazia storica su ogni epopea
 
IL TOPO E L’ELEFANTE
Vietnam, dalla guerra combattuta e persa dagli Stati Uniti, è anche una metafora per indicare la sconfitta imprevedibile di una perfetta macchina bellica contro tecniche di guerriglia, in territori non convenzionali. Il topo contro l’elefante, e il topo vince. Vietcong è il guerrigliero che morde e scappa, è il topo che vince. Una certa storiografia farebbe risalire un primo esempio di questo genere alla terribile sconfitta inferta dall’esercito dei Parti, guidati del generalissimo Rostam Surena-Pahlavi, alle legioni romane di Marco Licinio Crasso. Un vero disastro che tuttavia non pregiudica il destino dei Romani, ma ne influenza le linee d’azione in politica estera e militare. Roma comincia a comprendere che la sua esistenza non si fonda sull’eterna conquista ma sull’amministrazione “politica” della sua grandezza: non un imperialismo indefinito ma una struttura imperiale che ruota attorno all’idea di Stato, diritto, economia, riforme e comunità sociale; sopravvivendo così ai “capricci” del despota di turno, e segnando in modo indelebile, anche dopo il suo declino, lo sviluppo del mondo.
 
SURENA E CRASSO, LE AQUILE PERDUTE E LE TESTE MOZZATE
La battaglia è dominata dall’intelligenza tattica di Surena che lega storicamente il suo nome alla consacrazione delle aquile (insegne militari romane) strappate al suo avversario, appropriandosi così di un potente simbolo di vittoria. Ma chi è? Dignitario partico della famiglia dei Suren è l’uomo più potente dell’Impero dopo re Orode: “Surena o, meglio, il Surena, qualifica di una specie di presidente della corte suprema partica depositaria del compito di designare il re tra gli aventi diritto alla successione, era un giovane di trent’anni con l’abitudine e l’aspetto tipici delle persone del suo rango: fasto pomposo e ingombrante nelle vesti, capelli inanellati e profumati e il solito bagaglio di concubine al seguito. Particolari che si compongono in un’immagine alquanto debosciata non raccomandabile in un generale che si appresta ad affrontare le nostre legioni, ma che costituiscono un contrasto affascinate quando siano accompagnati da intrepida spregiudicatezza, fantasia rapida e percezione precisa delle situazioni”. G. Antonelli, Il libro nero di Roma antica, p.46.
 
Un personaggio dall’immagine non certo asciutta come l’essenzialità romana: “Il comandante partico sfoggiava un lusso orientale destinato ad impressionare sudditi e nemici. Nei suoi spostamenti privati portava sempre mille cammelli con i cavalli e duecento carri di concubine, e per la scorta mille cavalieri corazzati e un numero ancor maggiore di cavalleggeri: in totale, con lui non vi erano meno di diecimila uomini tra cavalieri, servitori e schiavi”. G. Traina, La resa di Roma – 9 giugno 53 A.C, pp.58-59.
 
Così carnevalesco il suo ambiente ideale quanto invece sostanziale e vincente la sua strategia: “Le sue truppe composte esclusivamente di catafratti e di arcieri a cavallo non superavano le 10.000 unità. Di fronte ai 35.000 Romani potrebbero sembrare poco numerosi. Ma, nell’aver limitato il contingente dei suoi squadroni, Surena ha dato prova oltre che di audacia anche di genialità strategica. In questo modo infatti ha semplificato il problema dei rifornimenti, ha acquistato maggiore mobilità e ha evitato la confusione derivante dall’assieparsi in campo di sterminati corpi di cavalleria”. G. Antonelli, Cit., p.46.
 
Una strategia non sconosciuta ai Romani ma, in quella circostanza, forse un po’ troppo fiduciosi nella sola forza d’urto delle legioni: “In realtà… usavano sia la cavalleria pesante (anche se non corazzata), sia quella leggera, poiché gli assalti della cavalleria potevano ancora essere molto efficaci contro corpi di fanteria male organizzati. In particolare, la mancanza delle staffe non impediva gli assalti della cavalleria contro la cavalleria nemica, specialmente se questa era leggera e non corazzata. Inoltre, è praticamente certo che era stata ideata una tattica la quale in pratica permetteva alla cavalleria di sconfiggere anche corpi di fanteria bel organizzati: si trattava dell’uso combinato della cavalleria pesante (armata di lance) e di quella leggera (composta da arcieri a cavallo). Questo metodo fu usato dai Parti, che con il loro esercito di cavalieri distrussero le sette legioni che Crasso… Tale tattica, basata sulla classica combinazione di armi da lancio e forze d’urto, prevedeva l’impiego di un’enorme quantità di frecce scagliate dagli arcieri a cavallo contro le file dei Romani, mentre i lancieri li costringevano a rimanere in file serrate, minacciando di sferrare una carica (o un vero e proprio attacco), ed esponendoli così più facilmente al lancio delle frecce”. E. N. Luttwak, La grande strategia dell’impero romano, p.84-85.
 
Surena geniale, rivoluzionario ma non più fortunato del suo nemico romano perché finisce ucciso dal suo re per l’invidia suscitata, dopo aver allestito “una parodia di trionfo, facendo sfilare per le vie di Seleucia un prigioniero somigliante a Crasso, con una veste regale femminile, ammaestrato a quanti lo chiamavano Crasso e generale; davanti a lui marciavano i trombettieri e alcuni dei littori a cavallo di cammelli: ai fasci erano appese delle borse e alle asce erano legate le teste dei romani, mozzate di recente”. A. Frediani, I grandi generali di Roma antica, p.274.
 
Crasso invece è uno degli uomini più ricchi e potenti di Roma tra proprietà terriere, speculazioni, miniere e schiavi. Un uomo capace di accumulare denaro in ogni modo: “…Era stato favorito , nell’ereditare il patrimonio familiare, dalla uccisone dei parenti più stretti per mano dei sicari di Mario.
Inoltre aveva sposato la vedova di suo fratello, soprattutto per evitare che l’asse dei beni si disperdesse tra molti aventi diritto… Questo calcolo… non gli sarebbe bastato per fare il salto di qualità a cui aspirava se non fosse stato integrato dai proventi delle spoliazioni con cui si è distinto durante la dittatura di Silla, con la conseguente appendice delle proscrizioni… Con la sua avidità è riuscito a scandalizzare perfino il suo capo che quanto a cinismo predatorio vanta un livello a dir poco superlativo se non imbattibile… Aveva capito che le costruzioni edili, in una città in cui la popolazione cresce in modo esponenziale, per via degli immigrati provenienti, in cerca di fortuna, da ogni paese del Mediterraneo, potevano diventare autentiche miniere d’oro… A Crasso, quando arrivava in ufficio, il primo documento che i suoi impiegati sottoponevano era il mattinale degli incendi scoppiati in città durate la notte. Su queste informazioni impostava la sua strategia di accaparramento e di espansione. A Roma, si sa, gli incendi e i crolli di case di ogni tipo non fanno neanche più notizia. Crasso è stato uno dei maggiori usufruttuari di questi continui disastri e dei drammi relativi”. G. Antonelli, Cit., pp.35-37.
 
Non gli basta. Militarmente cresciuto, appunto, sotto l’ala di Silla ma con all’attivo solo la sconfitta di Spartaco nella rivolta degli schiavi non ritenuta gloriosissima, è roso da un ambizione politica cieca che lo distruggerà:
“La sua maggiore sfortuna fu quella di confrontarsi con Cesare e Pompeo: dove gli altri due triumviri si distinguevano per genialità e carisma, lui si comportava con la consueta arroganza dell’aristocratico. Carenza che gli impedì di creare quell’empatia necessaria per assicurare la necessaria coesione di un grande esercito”. G. Traina, Cit., pag.14.
 
Stufo di sentirsi l’anello debole del triumvirato che governa Roma dal 60 a.C., messo in piedi con gli altri due già grandi condottieri, pensa di farsi strada ad Oriente dove prevede grandi prospettive. In una mera logica espansionista possiamo ravvisare valide ragioni strategiche per giustificare una guerra contro i Parti: il controllo della Terra tra i due Fiumi da cui aprirsi le vie commerciali verso l’India e la Cina. “Immaginava già di spingersi fino all’Estremo Oriente, nelle terre degli indiani e dei battriani, ovvero ai confini di quelle immense regioni che solo il grande Alessandro era riuscito a conquistare”. G. Traina, Cit., p.17.
 
La mano destra e la testa mozzata, “abbeverata” d’oro fuso per saziarne la sete di ricchezza finiranno ad ornare un banchetto di re Orode come regalo di Surena.
 
CRONACA SUL “VIETNAM” DEI ROMANI TRA ARCIERI E CAVALLERIA
Plutarco si è occupato di tramandarci le sue cronache di guerra, crude ed efficaci anche senza radio o Tv: “Raccolti in un piccolo spazio, venivano colpiti e cadevano gli uni sugli altri, agonizzando lentamente, straziati da un dolore insopportabile rotolavano sui dardi che si spezzavano dentro le ferite. Nello sforzo di estrarre le punte, penetrate nelle vene e nei nervi e ripiegate come un amo, essi finivano per distruggersi e dilaniarsi da sé. Così tanti morivano, mentre i superstiti erano allo stremo delle forze…”. E così anche Cassio Dione: “Piombando in massa sui romani da ogni parte, ne ferivano mortalmente parecchi, e parecchi impossibilitavano a combattere, e nessuno poteva trovar pace. Infatti i dardi sfrecciavano sugli occhi, sulle mani e su tutto il resto del corpo; trapassavano le armature, li lasciavano senza protezione e, continuando a ferirli, li costringevano a esporsi. Se qualcuno si difendeva dal dardo o cercava di estrarlo, un altro lo colpiva e una ferita si aggiungeva all’altra. Che si muovessero o restassero impassibili, non avevano via di scampo, poiché entrambe le soluzioni erano insicure e portavano alla morte”.
 
Si verifica uno scontro con tattiche militari che rinnovano le reciproche tradizioni: “I legionari romani equipaggiati con il gladio e il giavellotto, ma queste armi potevano ben poco contro i rapidi movimenti degli arcieri a cavallo e le pesanti corazze… Certo, i Romani disponevano di un’efficacissima tattica, la formazione a testuggine, che permetteva anche a grandi unità di formare un quadrato, reso impenetrabile da una barriera formata dagli scudi ma questa tattica appesantiva il movimento della legione, riducendone quindi le potenzialità offensive… Provocare, ferire dalla distanza, eludere l’urto frontale, provocare di nuovo, attirare lontano dalle proprie basi il nemico in uno spazio vasto e ostile, inadatto alla concentrazione dello sforzo, a quel parossismo di violenza risolutiva che è il combattimento in ordine chiuso: questi sono i principi cui si devono uniformare la strategia e la tattica dell’arciere; se gestiti in maniera appropriata, sono potenzialmente letali per le armi pesanti tipiche dell’Occidente”. G. Traina, Cit., pp.69-72.
 
Anche la guerra è un momento di studio e analisi, una grande vittoria o una grande sconfitta possono aprire ad evoluzioni rivoluzionarie nelle tecniche militari: “In questa occasione, le armi di corta portata dei Romani e il loro sistema di ammassamento soggiacquero per la prima volta alle armi di lunga portata ed al sistema di spiegare le truppe in battaglia, cominciò quella rivoluzione militare, che poi con l’introduzione dell’arma da fuoco, ebbe il suo pieno compimento… Le legioni che, nonostante il suggerimento di ufficiali avveduti di condurle contro il nemico quanto più possibile spiegate, erano state ordinate in un quadrato composto di dodici coorti su ogni lato, furono subito sopraffatte e tempestate dalle terribili frecce, che, lanciate anche a caso, colpivano le loro vittime, e alle quali i soldati romani non potevano assolutamente rispondere in nessun modo”. T. Mommsen, Storia di Roma, Vol. VIII, p.16.
 
I Romani si espongono così agli avversari come un bersaglio mobile senza possibilità di fuga o riparo: “Giunsero in vista del nemico, che palesò solo alcuni contingenti, nascondendo il grosso dietro le alture e coprendo il luccichio delle armi al sole con mantelli e pellami… Le speranze che quella interminabile pioggia di frecce si esaurisse si spensero di fronte alla notizia che un’intera carovana di cammelli, con riserve immense di dardi, era disposta dietro le dune per rifornire gli arcieri a cavallo”. A. Frediani, Cit., p.269.
 
UNA PIOGGIA DI FRECCE CHE OSCURA IL SOLE
Il disastro di Carre in lande desolate e sconfinate dipende da una tattica che prevede l’uso combinato di arcieri e cavalleria. La pressione dei primi blocca il margine di manovra delle legioni, che ammassandosi nella ricerca istintiva di un riparo favoriscono l’attacco irresistibile e micidiale dei cavalieri corazzati. Già Seneca evidenzia che “un bambino nato in Partia tenderà subito l’arco”, così come si impratichiscono cavalcando le pecore.
 
Ne deriva che i guerrieri mediterranei non conoscono a sufficienza l’arco composto che può scoccare frecce ad una distanza almeno doppia rispetto a quelli ellenistici e romani. Ne parla anche Plinio il Vecchio quando ricorda che: “I popoli d’Oriente decidono le guerre con le canne. Applicandovi delle penne, con esse arrecano una rapida morte; vi aggiungono punte uncinate mortali, che non possono estrarre e si spezzano dentro la ferita, come un doppio strale. Con queste armi possono oscurare il sole”. Ben diversa fino ad allora è l’esperienza dei Romani la cui aura di invincibilità “era determinata dalla grande esperienza accumulata nei teatri operativi di tutto il Mediterraneo: dalla Spagna all’Africa, dal Balcani all’Asia Minore, la legione sembrava destinata ad avere la meglio su qualsiasi terreno… Come già la falange ellenistica, si serviva delle truppe montate: il nerbo dell’esercito era la fanteria pesante legionaria, mentre i cavalieri rappresentavano un complemento utile ma non decisivo”. G. Traina, Cit., p.23.
 
Carre è dunque un completo capovolgimento dei principali sistemi tecnici e tattici con cui fino ad allora i Romani hanno piegato ogni nemico. Infatti, si tramuta anche in guerra psicologica; mentre con le legioni si è sempre affidato alla vista di enormi schieramenti il compito di influire sul morale dei combattenti, i Parti puntano sull’udito: “A Carre prevalsero invece i tamburi di guerra… Impeto, esaltazione, canto animalesco e ululati, furore, ebbrezza: per non parlare dello strumento sciamanico per eccellenza, il tamburo e i sonagli adoperati nella guerriglia psicologica che tanta parte ebbe nella sconfitta dell’esercito di Crasso… Anziché attaccare subito la legione si decise di continuare a stancare il nemico con gli arcieri leggeri, e di ordinare la carica al momento opportuno”. G. Traina, Cit., pp.74-81.
 
Insomma una battaglia che si esplica con un modo di combattere insolito tra eserciti totalmente diversi per armamenti e formazione. Come si potrebbe sintetizzare raccogliendo qui e là analisi di studiosi moderni, è possibile affermare che “il modo di combattere degli uomini di Surena ricorda una banda di ragazzi fuorviati, senza fede né legge, che praticavano una guerra di folgoranti colpi di mano, logorando la preda fino alla morte, per perdersi subito dopo nell’immensità delle distese desertiche”. Se ne può trarre che “un’idea diffusa degli storici è che, dopo Carre, il modo di combattere dei romani sia cambiato. Di certo si dotarono di armi più efficaci, migliorando la qualità delle corazze, e dei giavellotti… I generali appresero una grande lezione di tattica, che misero in pratica per difendersi dai parti, e probabilmente anche per ispirarsene”. G. Traina, Cit., p.102.
 
DUE IMPERI UN SOLO IMPERO
Carre come battuta d’arresto per Roma, tanto che lo scenario storico presenterà effettivamente due blocchi separati dall’Eufrate. In definitiva due aree egemoniche, due imperi: il Mediterraneo romano e l’Asia partica (Iran, Iraq, Armenia, parte del Caucaso ed Asia centrale). Come riporta Strabone: “I Parti oggi dominano un territorio così grande, e così tanti popoli, da rivaleggiare in qualche modo con i romani per la grandezza del dominio. Causa di questo successo sono il loro stile di vita e i costumi: certo, essi hanno molti elementi comuni con i barbari e con gli sciti, e tuttavia presentano quanto occorre per dominare e per vincere in guerra”.
Una suddivisione del potere sul mondo conosciuto che darà vita ad almeno tre secoli di conflitti. Toccherà alla Realpolitik di Ottaviano Augusto, intervenendo in una mediazione dinastica degli avversari, recuperare nel 20 a.C. le insegne rimaste in mano nemica. Così non si lava solo l’onta di Carre, ma si avvia la formale rinuncia all’eterna conquista paradossalmente perché Roma sia eterna. Solo Traiano nel 116 d.C., in una nuova svolta imperialista della politica romana, riuscirà a sbaragliare i parti di re Osroe e sedersi sul trono d’oro nella Capitale Ctesifonte.
Nonostante questo preferisce fermarsi e dedicarsi all’organizzazione delle nuove province: “Il conquistatore fu tentato di imitare Alessandro, inseguendo l’avversario come il macedone aveva inseguito Dario; ma fino ad allora era andato tutto bene, e mettere alla prova la resistenza dell’esercito in una dura marcia attraverso gli altipiani iranici era una prospettiva assai poco allettante. Quanto appariva opportuno per confermare il prestigio di Roma e la sua fama di condottiero era già stato attuato”. A. Frediani, Cit., p.455.
 
Da quel momento il regno partico si avvia verso la scomparsa intorno al 224 d.C. a causa di distruttivi conflitti feudali. Roma no, continua con le sue profonde evoluzioni ad influenzare ogni pagina di storia successiva nell’accavallarsi del tempo. Sopravvive perché la struttura statale diluisce in qualche modo l’ambizione del singolo, con il risultato che l’Impero si occupa di gestire il potere e il dominio contro l’avventurismo fine a se stesso. Nessun condottiero eguaglierà Alessandro, ma in questo ricorrente richiamo Tito Livio sottolinea “l’assurdità di un raffronto tra le gesta di un singolo giovane re conquistatore e quelle di un popolo che fa la guerra da ben ottocento anni… I macedoni avevano un solo Alessandro, che non soltanto si esponeva a molteplici pericoli ma lo faceva di sua spontanea volontà. Invece molti erano i romani che potevano emularlo per gloria e imprese. Ciascuno di essi, a seconda del proprio destino, avrebbe potuto vivere o morire senza che per questo la repubblica corresse alcun rischio”. Insomma mentre i regni ellenistici si sfasciano dopo una sola disfatta, Roma continua a vivere anche sul cadavere di un Crasso.
 
 

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