18 novembre 2014

SUN YAT-SEN, IL PICCOLO MEDICO TRA CELESTE E ROSSO IMPERO

Il padre rivoluzionario della Repubblica di Cina tra una storia che proviene dall’antichità e un’altra che guarda al dominio dell’avvenire. Passato, presente e futuro condensati in un programma ideale inapplicato ma opportunisticamente assorbito dal drago nazionalcomunista che ormai afferra saldamente tra i suoi artigli il XXI secolo
 
UN RIVOLUZIONARIO BUONO PER TUTTE LE STAGIONI
Nel primo decennio del ‘900 un uomo e tre principi assestano il colpo di grazia a più di 2100 anni di storia in Estremo Oriente. La Cina conosciuta come l’Impero celeste delle dinastie figlie del cielo non sarà più quel regno ignoto e lontano, ma si proietterà a definire e dominare gli equilibri futuri del pianeta. Quell’uomo è Sun Yat-sen, padre della Repubblica di Cina e portatore di profonde idee rivoluzionarie a loro volta assorbite, suo malgrado, da quella particolare forma di nazionalcomunismo vera rampa di lancio della Cina che viviamo ancora oggi. Una Cina che troppo presto disperde la ricca eredità ideale di Sun fondata su democrazia, benessere e popolo, ma che perfettamente riplasmata dai rivoluzionari comunisti fa da base al nuovo “impero rosso” di questi tempi. In una terra sterminata dalle obbligate origini contadine, Sun nasce nel 1866 nel Guangdong, provincia meridionale, e si laurea giovane in medicina ad Honk Kong. Dopo una breve esperienza da farmacista indirizza la sua vita al progetto di modernizzazione del suo Paese, già permeato da influenze occidentali e tradizioni millenarie che un impero dinastico decrepito non riesce più ad alimentare e tutelare: “Nell’800 iniziò il lento ed inesorabile declino della dinastia Qing. L’Inghilterra e altri stati europei premevano affinché la Cina aprisse al commercio, situazione che sfociò a metà del secolo nelle due guerre dell’Oppio… Le sconfitte subite dalla Cina diedero agli stati occidentali maggiore libertà in Oriente… Il paese non fu solo costretto a garantire vantaggi commerciali e a legalizzare l’importazione dell’oppio inglese coltivato in India: dovette cedere alle potenze europee anche parte dei suoi territori, inaugurando così l’epoca dell’imperialismo occidentale nell’Estremo Oriente… All’inizio del Novecento la dinastia avviò malvolentieri e con scarso tempismo alcune riforme che però si rivelarono inadeguate. Giunti al 1911, i riformisti e i rivoluzionari chiedevano ormai un cambiamento più rapido e profondo rispetto a quello che volevano attuare i Manciù e il 10 ottobre di quell’anno a Wuhan, nella Cina centrale, iniziò un’insurrezione che dilagò rapidamente nel resto del paese. Quando i vertici delle forze armate Qing si rifiutarono di reprimere la rivolta, il destino della dinastia fu segnato”. L. Benson, La Cina dal 1949 ad oggi, p.24.
 
È un’antica Cina che va morendo in una nuova fase segnata dallo scontro tra le potenze imperialiste e il nascente nazionalismo interno di cui Sun Yat-sen sarà uno dei massimi interpreti. Egli mira a suscitare la rivoluzione nel suo Paese e instaurare un governo repubblicano. A ciò dedica la sua vita e le sue energie spese a sfuggire alla persecuzione dei Manciù, rifugiandosi all’estero tra Giappone, Stati Uniti e Inghilterra. Grazie ad una certa influenza europea nella sua formazione, racchiuderà nei Tre Principi del Popolo – un misto tra lotta di classe e nazionalismo appunto – la base filosofica per abbattere il vecchio sistema imperiale: Indipendenza nazionale, Potere del popolo (democrazia) e Benessere del popolo (riforma agraria). Un programma ideale in linea con le trasformazioni sociali in corso verso gli inizi del ‘900, che vedono contrapporsi nuove figure alle vecchie élite dominanti. Tra le prime “attraverso le relazioni con l’Occidente si formarono anche nuove categorie sociali all’interno della classe elevata, non limitate ai militari. Interpreti ed esperti di lingue assunsero l’importante funzione di mediatori. Essi servivano ovunque si intrattenessero rapporti con le potenze occidentali… Un esempio di intellettuale di matrice occidentale è Wang Tao (1828-1897) che visse esclusivamente della sua attività di giornalista... Dello stesso gruppo sono da annoverare anche Liang Qichao, il traduttore Yan Fu e molti avvocati e medici; la maggior parte di loro viveva in modo relativamente modesto, senza grandi riconoscimenti. A questa nuova intellighenzia appartenevano anche il politico e il rivoluzionario di professione, entrambe categorie nuove per la società cinese. Un esempio è rappresentato da Sun Yat-sen. Questa classe di intellettuali si schierò per svecchiare e rinnovare la Cina”. H. S. Glintzer, Storia della Cina, p.235.

Il fermento è enorme e favorevoli al cambiamento le condizioni sociali, soprattutto gli strati giovanili molto attenti agli “scritti politici di intellettuali progressisti che ai primordi del Novecento aprono una serrata polemica per la modernizzazione del paese invocando la trasformazione dell’impero in una monarchia costituzionale, primo segnale della rivoluzione che scoppierà proprio nello Hunan contro la dinastia manciù e i suoi mandarini… I giovani guardano con simpatia ai due gruppi di innovatori, i riformatori e quelli più radicali che propugnano l’avvento della repubblica e fanno capo ad un energico leader, Sun Yat-sen. La rivoluzione da lui guidata scoppia nell’autunno del 1911, dapprima tra lo Hunan e Canton, per dilagare poi a Changsha”. A. Ghirelli, Tiranni, pp.175-176.

DA UNA REPUBBLICA PER IL POPOLO AD UNA REPUBBLICA SENZA POPOLO
I primi fuochi della rivoluzione si accendono il 10 ottobre 1911 con la Rivolta di Wuchang tra i quadri dell’esercito imperiale, per poi divampare in un vero e proprio incendio anzitutto tra le province meridionali. Nel giro di pochi mesi, a inizio gennaio 1912, viene proclamata la Repubblica di Cina con la nomina a Presidente provvisorio di Sun Yat-sen e la caduta del famoso e cinematografico “Ultimo Imperatore” Aisin Gioro Pu Yi. Da quel momento la Cina non è più un’entità statale unita ma torna a dividersi tra territori, come nel caso del Tibet e della Mongolia che si rendono immediatamente indipendenti. Braccio politico del nuovo regime è il Kuomintang, partito di ideologia nazionalista fondato nel 1912 su ispirazione dei Tre Principi del Popolo. Sembra filare tutto liscio, ma vecchi problemi restano irrisolti e molto presto si vedrà che la Repubblica non nasce nel modo sperato da Sun che, vittima di congiure di palazzo, è costretto nuovamente all’esilio e la sua eredità ideale preda del potente di turno: “Il nuovo governo repubblicano, che sostituì la dinastia, era guidato da Sun Yat-sen, un cinese del sud che aveva studiato medicina in quelle che all’epoca erano le Hawaii britanniche: l’educazione inglese ricevuta l’aveva portato a convertirsi al cristianesimo e a darsi come scopo della propria vita la formazione di un governo repubblicano nel suo paese di origine. Dopo i primi mesi di presidenza provvisoria, però, emersero disaccordi fra i rivoluzionari e ciò portò al potere il generale Yuan Shikai… Il suo governo si rivelò oppressivo: la repubblica che si era formata era ben lontana dagli ideali di Sun e degli altri leader, le cui speranze venivano vanificate dal potere reazionario di Yuan. Il generale morì nel 1916, nello stesso anno in cui aveva pianificato di autoproclamarsi imperatore della Cina. La sua morte creò per un breve periodo le giuste condizioni per l’instaurarsi di un sistema democratico ma, benché il governo centrale a Pechino continuasse ad affermare la propria autorità, il potere passò rapidamente ai comandanti militari regionali, comunemente chiamati Signori della Guerra”. L. Benson, Cit., pp.24-25.

La morte di Shikai crea le condizioni per il ritorno di Sun ma il quadro politico è radicalmente mutato, il Kuomintang non ha da solo la forza di ristabilire un senso di governo unitario e all’orizzonte si affaccia una nuova e determinante realtà: nel 1921 a Shangai nasce il Partito Comunista Cinese (Pcc), gruppo politico creato “dalla nuova generazione di attivisti, studenti e professori che interrogavano la filosofie politiche occidentali per trovare una risposta alle vecchie ingiustizie sociali… La sconfitta dei signori della guerra e la riunificazione di buona parte del paese non risolsero però i problemi principali della Cina. I punti deboli continuavano ad essere l’economia, la grande miseria nelle campagne e la diffusione di crimine e corruzione”. L. Benson, Cit., pp.26-27.

La collaborazione tra nazionalisti e comunisti, dunque, è d’obbligo e Sun si impegna in un nuovo programma di governo che contempla, appunto, la cooperazione politica e così nuovi rapporti con l’Unione Sovietica per il suo ruolo di primogenitura nel comunismo mondiale; aiuti rivolti a contadini e operai; riunificazione militare del Paese; e via di questo passo verso una Repubblica democratica. La morte improvvisa di Sun Yat-sen, nel 1925, pone fine a questo esperimento tra forze contrapposte e, venuto meno il suo collante, precipita la Cina in una lunga guerra civile tra gli ex alleati guidati ora da due pesi massimi come Chiang Kai-shek a capo del Kuomintang e Mao Tse-tung leader del Pcc. I nazionalisti perderanno, anche a seguito degli eventi della Seconda guerra mondiale, ritirando le loro forze e le loro prospettive nel piccolo fronte di Taiwan. Una delle ragioni di fondo, invece, che porteranno Mao dopo la sua “lunga marcia” a fondare nel 1949 la Repubblica Popolare Cinese, e con essa il nuovo impero rosso, risiede proprio nella capacità del Pcc di assorbire l’eredità di Sun Yat-sen e farla sembrare una caratteristica meno militarista, innata e popolare: “Le condizioni di sfruttamento che dovevano subire i lavoratori cinesi all’inizio del Novecento rispecchiavano la situazione dei lavoratori europei, ma poiché in Cina molte fabbriche erano di proprietà straniere – principalmente in mano a giapponesi ed europei – le prime organizzazioni sindacali furono tendenzialmente nazionaliste. Il fatto poi che molti dei primi sindacati fossero capeggiati da membri del Pcc rese il nazionalismo un elemento intrinseco del comunismo cinese. Il Partito nazionalista… cercò a propria volta di usare il nazionalismo per raccogliere sostegno ai propri programmi, ma sarebbe stato il Partito comunista a sfruttare il nazionalismo per la propria causa…”. L. Benson, Cit., p.18.

In conclusione, Sun Yat-sen è un visionario dai programmi deboli e irrealizzabili o, in realtà, sin dall’inizio interprete involontario di una specificità politica che consente ad opposte ideologie di trovare quei punti di contatto e di fusione necessari in un paese molto complesso e articolato? Il governo di un territorio smisurato e una popolazione sterminata come la Cina, già allora, può realizzarsi attraverso la piena democrazia? Sembrerebbe di no a leggere il pensiero di Mao, e condiviso a suo tempo da Sun: “Un tempo le parole d’ordine della Rivoluzione francese erano libertà, uguaglianza, fraternità. Le parole d’ordine della nostra rivoluzione sono nazionalità, diritti del popolo, tenore di vita del popolo… Quando lo stato sarà in grado di agire con libertà, allora la Cina sarà uno stato forte. Se vogliamo che lo diventi, dobbiamo tutti rinunciare alla nostra libertà. Se gli studenti sono in grado di sacrificare la loro libertà, allora si impegneranno quotidianamente a lavorare per la scienza. Se i soldati sono in grado di sacrificare la loro libertà, allora ubbidiranno agli ordini e ameranno fedelmente la patria, e così lo stato sarà libero… Perché vogliamo la libertà dello Stato? Perché la Cina è oppressa dalle potenze e ha perso la sua identità di Stato”. H. S. Glintzer, Cit., p.239.
 
Nella Cina rossa i Tre principi di Sun non hanno trovato accoglienza. Diritti, benessere, libertà… non hanno ottenuto alcun posto comodo nell’ideologia unica. La Cina è diventata quello che è oggi, nonostante le aspettative del popolo. Il fondamento della politica cinese resta in quelle parole che, seppur non riescono a risolvere un marcato squilibrio sociale nello sviluppo economico, conferiscono alla struttura del paese nel suo complesso, a questo dragone ancora più vivo, una formidabile autorità sul XXI secolo: “Il suo peso demografico, economico, politico e militare è destinato a modificare gli equilibri del pianeta e a segnare l’epoca in cui viviamo. I problemi energetici, il cambiamento climatico, le grandi sfide ambientali che incombono sull’umanità non si possono risolvere senza un contributo decisivo dei cinesi. La pace mondiale, la nostra sicurezza, la diffusione o l’arretramento dei diritti umani dipendono anche dalle scelte compiute a Pechino. Questa prospettiva sollecita in tutti noi interrogativi assillanti sul ruolo della Repubblica popolare nelle vicende contemporanee. Sentiamo un bisogno urgente di capire la natura profonda di questa nazione e del sistema politico che la governa; di decifrare le intenzioni della sua classe dirigente; di penetrare nella mentalità dei cinesi e nella loro rappresentazione del mondo”. H. S. Glintzer, Cit., prefazione.


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